
Marcus Nispel si dimostra regista specializzato nel riadattare i cult horror anni Settanta all’estetica dell’epoca di Saw: le sue sono operazioni azzardate, ma visto il discreto risultato che ottenne ai tempi di Non aprite quella porta (2003), bisognava forse permettergli questa chance con l’ancora più cult Venerdì 13. Peccato che se il primo remake citato era un film degno di esistere, questa pellicola si pone invece come un progetto a metà, che scontenterà sia i fan che i neofiti.
Il suo Venerdì 13 non è infatti un vero remake, non è di certo un sequel e non può nemmeno essere considerato un reboot: l’idea è quella di riunire in un solo film gli avvenimenti dei primi episodi della saga – e non a caso qui l’assassino indossa prima solo il sacco e poi la celeberrima maschera, che nella saga emerge solo dal terzo capitolo. Jason Voorhees qui esordisce in scena quando le sue vittime già raccontano la sua leggenda e soprattutto si fa vedere praticamente fin dalla prima inquadratura, elemento assolutamente improponibile nella serie originale, che manteneva un religioso mistero almeno fino al finale del primo episodio. E non è questo l’unico elemento che farà storcere il naso ai conoscitori della saga: qui viene svelata l’origine della maschera da hockey (che potrebbe anche essere un pregio del film, se la scena non fosse così banale) e il finale aperto è onestamente ben oltre la sospensione d’incredulità. Siamo piuttosto vicini all’incoerenza pura.
Dall’altro lato, fa quasi una certa tenerezza vedere come Nispel rispetti quasi liturgicamente certi canoni dell’horror anni Settanta, in un’operazione che sa più di revival per fan che non di vero remake: i protagonisti sono i classici teenager stereotipati che finiscono a passare le vacanze nel bosco (qui ovviamente nel mitico Camp Crystal Lake) e che vengono uccisi in sequenza dalle classiche armi a punta (tradizionali simboli fallici tanto cari al genere), in rigoroso ordine di perversione sessuale.
Un ossequio alla tradizione che poi fa a pugni con lo stile estetico della violenza – come già detto declinata all’era di Saw, ovvero splatter all’ennesima potenza – e con le stesse “invenzioni” della sceneggiatura, che sembra scritta dagli autori di Final Destination, tanto è l’“estro”nel ricercare la morte più improbabile.
Ciò detto, il ritmo risulta piacevolmente sostenuto fin dall’inizio (altra differenza con i canoni del genere, che prevedevano lo svolgersi “pacato” della trama fino alla mezz’ora finale) e piuttosto si finisce per assuefarsi all’orrore proprio negli ultimi minuti, troppo serrati ed esagerati. In sostanza, per una serie di questo spessore vale ancora il consiglio di andare a rispolverarsi l’originale: ma i teenager più giovani potranno comunque gradire questo sforzo, che probabilmente sposa maggiormente i moderni gusti estetici in fatto di horror. A loro in particolare ci sentiamo di consigliare comunque la visione.



