Come eravamo. La storia siamo noi. Non è solo il fortunato programma televisivo di Minoli ma una voglia irrefrenabile di tornare indietro nel tempo. Anche i registi non si sottraggono, basti pensare alle ultime produzioni cinematografiche. Sarà forse per le questioni sconfortanti del nostro tempo che si cerca il tepore del passato, La prima cosa bella. Così almeno pensa Paolo Virzì. E lo fa tornando a Livorno (suo natio paese già palcoscenico di Ovosodo).
Il bravo regista toscano (debutta nel 94 con La bella vita, guarda caso interamente girato a Piombino) non si discosta molto dai temi a lui cari: conflitti familiari (come in Ferie d’agosto), inadeguatezze adolescenziali , candori e spaesamenti (come in ovo sodo e caterina va in città). Il legame c’è. La vita di provincia, la coralità dei personaggi, i pregiudizi e vizi di una società quasi grottesca. Ne la prima cosa bella però c’è un marchio più intimistico e quasi elementare: il palpitante ricordo.
Sarebbe troppo facile l’identificazione nel regista bambino (un padre maresciallo, mamma cantante e lui appassionato di letteratura) ma il dubbio rimane, senza per forza dover trovare l’autobiografica certezza. Poco importa. Si parte sempre da elementi reali per creare in libertà.
La vicenda si svolge nel 1971 e al contempo, ai giorni nostri. Due bimbi, una mamma bellissima e un po’ frivola incoronata Miss dello stabilimento balneare ed un marito (Maresciallo dell’Arma) roso dalla gelosia. Una colonna sonora cantata in coro per scacciare i momenti più difficili. Litigi, drammi, neanche troppi amanti e piccole ambizioni che in realtà servono solo per sbarcare il lunario, ed una struggente riconciliazione quarant’anni dopo, quando i danni ormai evidenti son fatti.
L’anaffettività di Valerio Mastandrea (il figlio adulto) è palpabile, la bellezza della Ramazzotti inequivocabile e la vitalità della Sandrelli (seppur in punto di morte) sconcertante. L’unica figura ironica è la figlia, molto ben interpretata in età adulta da Claudia Pandolfi, candidamente ignara, da bambina, dell’imbarazzante madre. Non è una commedia, Il film è triste, avvolto in una patina di tenerezza e compassione. Forse non vuole commuovere né giudicare ma quasi sfogliare un vecchio album di foto. E l’attesa fiducia del lieto fine viene sistematicamente premiata.